
Quando vivevo a Roma l’autunno seminava indizi un po’ ovunque.
La mattina uscivo di casa e passeggiavo su di un letto di foglie umide. Il primo temporale di stagione ne faceva una strage silenziosa durante la notte, trasformandole in una poltiglia fangosa, in cui i più mattinieri avevano già impresso il loro passaggio.
Alzando lo sguardo, osservavo il cielo: l’avanzare di un tramonto rosato già a fine pomeriggio, l’orizzonte che si scioglieva tra le fiamme degli alberi, accesi improvvisamente di rosso, giallo e arancione.
L’arrivo dell’autunno esplodeva nei colori, nell’odore di castagne arrosto, terra umida e cioccolata calda. Mi sussurrava soave, con lo scricchiolio delle foglie mosse dal vento o calpestate dai bambini che correvano eccitati da questo insolito “red carpet”. Mi svegliava improvvisamente con una carezza gelata, che costringeva a stringere un altro giro di sciarpa e a strofinare velocemente le mani, facendo rimpiangere di aver lasciato i guanti a casa.
Mi diceva, sono arrivato.
Continua a leggere
Mi piace:
Mi piace Caricamento...