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Imparare a nuotare

 

Nella vita, dicono, bisogna buttarsi. Come quando, da piccolo, (infami) ti lanciano in acqua per imparare a nuotare.

Trauma.

Bevi.

Li odi. In modo viscerale, come solo i bambini sanno odiare.

Sopravvivi (ma non li perdoni).

Nessuno però racconta mai di tutti quelli che sono annegati, che non ce l’hanno fatta a tenersi a galla.

Mai una parola su quelli che hanno bisogno dei braccioli, di un salvagente. Tutte le volte, qualcuna o solo la prima volta.

Di tutti quelli che trovano un appiglio nell’acqua e vi si aggrappano più forte che possono per non andare a fondo.

Nessun racconto su quelli che hanno imparato piano a staccarsi dal bordo, scendendo lentamente dalla scaletta, infilando timidamente un piede in quell’ambiente così sinistro proprio perché apparentemente innocuo.

Imparare a vivere, come si impara a nuotare.

Nessuno dice mai che i modi sono tanti. Diversi per ognuno.


Labirinti e trappole

Se dite ad un italiano la parola “burocrazia”, nella sua mente si apriranno scenari apocalittici di file interminabili, ansie indescrivibili, rifiuti, incazzature notevoli e attese senza fine. Non sono certo io la prima a dire che la burocrazia, in Italia, sia qualcosa di complicato e stressante da affrontare per un normale cittadino.

Difficilmente pensavo che potesse esserci qualcosa di peggio, ma mi sono dovuta ricredere.

No, non sto parlando della burocrazia francese.

Anche se certo si presenta anche questa come complicata e difficile. Per molti versi è simile a quella italiana e ha regole molto complesse, articolate ed altrettanto esigenti (mettere insieme un dossier completo e che venga accettato a volte è un’odissea). A questo aggiungeteci le persone che lavorano negli uffici che non sono sempre così disponibili e che le istruzioni per decifrare il tutto sono (ovviamente) in francese, il che per uno straniero è un’ulteriore difficoltà.

Le differenze principali tra la burocrazia italiana e quella francese sono essenzialmente 3:

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Assaggi d’estate

Dopo mesi di pioggia, grigio e temperature quasi autunnali, il sole sembra essersi ricordato di noi. Anche se filtrato da un cielo lattiginoso, ci concede degli assaggi d’estate (la primavera l’abbiamo saltata, nel caso non  fosse chiaro).

Abbiamo festeggiato questo 1° Maggio “alla francese”, partecipando alla colorata e affollata festa che si tiene ogni anno a Cimiez. Immergersi nelle tradizioni del luogo che ci accoglie, comporta vivere anche i costumi locali: essere circondati da mughetti, da gruppi che ballano con i costumi tipici di Nizza, scorgere famiglie francesi tappezzare i prati per un picnic improvvisato, un pisolino sotto gli ulivi o osservare i più piccoli che giocano a pallone.

Abitudini che non sono poi così diverse dai luoghi che abbiamo sempre conosciuto. Certo, qui invece di fave e pecorino si mangiano churros, mele caramellate, barbe à papa, pan bagnat e qualsiasi cosa che con un solo morso apporti sopra le 500kcal. Ormai ho capito che ogni occasione di festa viene in realtà utilizzata come scusa per mangiare tutte quelle cose che normalmente il popolo francese non si concede (la differenza con noi italiani è che, di solito, ce le concediamo anche nel quotidiano).

Qui l’indulgenza calorica si accompagna sempre a quella festiva.

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Milkshake

Milkshake

photo by UniversityBlogSpot

Sto preparando dei post molto più allegri (compresa la review che avevo annunciato su instagram). Giuro.

Ma trattandosi di un blog, è giusto che vi sorbiate anche quelli più malinconici. E’ una questione di equilibrio, no?

***Intendiamoci, credo sia giusto scegliere di animare un blog prevalentemente con positività, bellezza e gioia (l’ho già detto che i post di questo tipo sono a volte la mia salvezza), ma trovo poco realistici i “diari” che si basano esclusivamente su toni entusiastici e a volte anche un pochino inquietanti. Mi fanno ripensare alla parodia di alcune donne perfette. O forse sono solo io che non riesco ad immaginare un individuo che riesce a prendere con filosofia qualsiasi cosa la vita gli riservi, pure le sberle e gli sgambetti. Se esistono persone di questo tipo ditemi chi sono, perché voglio imparare. Subito!***

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La valigia di un expat: cosa porto dall’Italia?

Si sa che gli italiani storicamente sono da sempre stati un popolo di  migranti, alla ricerca di opportunità che non riuscivano a trovare all’interno dei propri limiti geografici. In questi ultimi anni, dopo molti decenni, la situazione si ripete.

Certo ora quelli che espatriano sono spesso altamente qualificati, vengono chiamati “expat”, conoscono le lingue e sono abituati a uscire spesso dai propri confini nazionali.

Ma c’è una cosa che noi italiani abbiamo ereditato dai nostri antenati migranti: la valigia. Sì, perché se c’è una cosa che ci è stata tramandata dalle generazioni precedenti, è il bagaglio all’aroma di cacio e soppressata.

Che siate in Erasmus per qualche mese o vi siate trasferiti definitivamente all’estero sapete di cosa parlo. La valigia di ritorno dall’Italia, così come “Il Pacco”, sono le necessità e le gioie irrinunciabili di un italiano che vive in in Paese straniero (probabilmente, in scala minore, ne sapete qualcosa anche se siete stati degli studenti o dei lavoratori fuori sede).

E, diciamolo, anche motivo d’imbarazzo alla dogana. Spiegare alla guardia doganale un contenitore di friarelli ripassati che vi ha infilato in valigia vostra madre potrebbe essere un problema.

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Piccole scoperte (e riscoperte) di una passeggiata

Costringersi ad uscire in questi innumerevoli giorni di pioggia è davvero difficile.

Nizza sembra aver preso in prestito un po’ di quel tipico grigio londinese che rende l’atmosfera della città pesante e ovattata allo stesso tempo. La primavera, una stagione solitamente lunghissima qui in Costa Azzurra, tarda ad arrivare. E se qualche volta, cerca di fare capolino, viene spazzata via da temporali improvvisi e tenaci.

A volte sembra che l’onnipresente blu del cielo e del mare siano stati inghiottiti improvvisamente da nubi voraci e che il  paesaggio a colori, pieno di luce, si sia trasformato in una piatta versione in bianco e nero.

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